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di Claudio Carrano, Amministratore Delegato di Infogestweb e componente del Tachograph Forum della Commissione Europea
 
Il disastro avvenuto sul raccordo autostradale di Bologna ha posto ancora una volta l’autotrasporto sul banco degli imputati in tema di sicurezza. Il problema innegabilmente esiste e genera un tale clamore anche e soprattutto perché non è circoscritto ad una categoria professionale, ma impatta sulla vita dei cittadini che circolano sulle strade. Per affrontare il nodo sicurezza e indicare degli spunti per provare a risolverlo appare miope e fuorviante, oltre che ingiusto, puntare il dito esclusivamente contro aziende ed autisti. Diversi sono i fattori e i soggetti coinvolti in quella che potremmo chiamare la “filiera della sicurezza dell’autotrasporto”.
 
Autotrasporto, settore strategico per l’Italia
 
Anzitutto occorre tener fermo un punto: non è possibile fermare o limitare l’autotrasporto! Il settore è strategico per il Paese, con le sue circa 80mila aziende, 300mila addetti e un fatturato di circa 80 miliardi di euro. Soprattutto funge da sistema circolatorio per la nostra economia, basti pensare che in Italia l’86,5 % delle merci viaggia su gomma.
Senza dubbio un rafforzamento del trasporto intermodale (che sfrutta diverse modalità in collaborazione quali i trasporti ferroviari, via aerea e stradali) può aiutare a decongestionare le arterie stradali, e di conseguenza ridurre la probabilità di incidenti in cui sono coinvolti mezzi pesanti. Tuttavia l’autotrasporto non può che rimanere il driver della distribuzione delle merci, sia per la conformazione geografica e infrastrutturale dell’Italia, sia per la sua capacità di penetrare in modo capillare il territorio. Tanto più che oggi per molte aziende la competizione si gioca anche sul fattore “ultimo miglio”, ovvero la distanza che separa l’ultimo stoccaggio dalla consegna al cliente.
Questo per dire che non è realisticamente fattibile risolvere il problema sicurezza pensando di de-mansionare l’autotrasporto. Anche perché l’equazione “minori mezzi pesanti uguale maggiore sicurezza” si basa solo su un assunto di tipo statistico e quantitativo, che non rende più sicuro l’agire e il comportamento delle persone.
 
Cultura e formazione
 
Quando si parla di sicurezza occorre invece porre l’attenzione su un binomio fondamentale: cultura e formazione, a cui si può aggiungere coerentemente l’utilizzo della tecnologia come fattore che agevoli e ottimizzi il raggiungimento dei risultati. Il settore dell’autotrasporto è normato da diversi specifici provvedimenti nell’ottica di garantire la sicurezza, sotto molteplici aspetti: normativa sui tempi di guida e riposo degli autisti, sicurezza del carico, trasporti di merci pericolose (Adr), strumenti e apparati tecnologici da adottare, obblighi formativi per le aziende. Molti autotrasportatori hanno intrapreso un percorso per conformarsi alle normative, molti altri, invece, adottano ancora pratiche non conformi.  
Prendiamo ad esempio la normativa sui tempi di guida, attività lavorativa che ha un impatto significativo sullo stato psicofisico dell’autista e di conseguenza sulla sicurezza su strada. Nel 2017, secondo i dati del rapporto ACI-Istat, le forze dell’ordine hanno elevato oltre 49.500 contravvenzioni per il mancato rispetto dei tempi di guida, pausa e riposo dei conducenti dei veicoli pesanti, contro le 54.200 del 2016. 
Il numero di queste infrazioni è consistente, anche se la tendenza è al ribasso (ma su questa diminuzione andrebbe fatta una valutazione che coinvolga anche la quantità di controlli realmente effettuati), e la responsabilità non è solo del singolo autista. Infatti uno degli obblighi delle imprese di autotrasporto è fornire ai conducenti formazione sul buon funzionamento del cronotachigrafo - lo strumento che monitora l’attività di lavoro degli autisti - e di effettuare controlli regolari per garantire il rispetto delle norme sui tempi di guida, pausa e riposo.
Pertanto la normativa impone una responsabilità formativa da parte del datore di lavoro, su cui è necessario insistere per diffondere la cultura della sicurezza relativamente a questo ambito. Con l’avvertenza che non è sufficiente esibire semplicemente un attestato, ma occorrono sia un monitoraggio costante e oggettivo sui risultati dell’attività formativa degli autisti (per verificare che effettivamente abbiano assimilato nozioni e pratiche per rispettare la norma), sia procedure certificate per formare formatori preparati e accreditati dalle istituzioni (purtroppo, recentemente, si è voluta riconoscere a certe categorie una “abilità per titoli” che non sempre sta trovando effettivo riscontro nella abilità e conoscenza della materia e del settore).
 
Responsabilità della filiera e sicurezza dei veicoli
 
Sempre in tema di responsabilità condivisa, tutta la filiera dell’autotrasporto deve collaborare per diffondere la cultura della legalità e della sicurezza, dal committente al vettore, dal proprietario della merce al caricatore, dall’autista fino al destinatario. Nel nostro Paese esiste una legge a riguardo (il Decreto Legislativo 286 del 2005), ma deve ancora diventare una prassi consolidata, visto che rimane spesso inapplicata. Ad esempio, tutti i soggetti coinvolti in un trasporto dovrebbero sempre monitorare ed essere informati su quanto tempo un determinato veicolo è in attesa di un carico, quante ore di guida ha a disposizione un autista, se è in regola con i riposi e in grado di proseguire nella propria attività.
Un altro aspetto importante riguarda la sicurezza del veicolo. In Italia circola un parco veicolare vecchio, privo, di conseguenza, dei dispositivi tecnologici di sicurezza obbligatori sui nuovi mezzi. A questo si aggiungano i tempi lunghi degli gli esami per la revisione, su cui lo stesso Ministero dei Trasporti ha dichiarato l’esigenza d’intervenire per definire un iter più veloce, valutando l’introduzione dei controlli anche da parte delle officine private.  Anche in questo caso non si tratta di esibire un pezzo di carta, ma di adottare procedure di controllo severe ed accurate, legate ad un riscontro oggettivo sul reale stato del veicolo, con pene severissime per l’azienda e il revisore che dovesse adottare scorciatoie. 
 
Una “Polizia dell’Autotrasporto” per un controllo efficace
 
Infine il capitolo controlli. È necessario passare da una mentalità che li considera un utile strumento “per fare cassa”, ad una cultura del controllo quale efficace modalità di prevenzione e garanzia di sicurezza, oltre che di competizione leale. Per ottenere tale risultato, servono controlli regolari e costanti, svolti in zone strategiche e soprattutto effettuati da personale formato e specializzato.
A riguardo l’Italia non sembra essere all’avanguardia. Nel nostro Paese vi sono circa 33.000 operatori dichiarati, di cui solo 3.000 risultano formati, mentre in Germania, ad esempio, gli operatori dichiarati sono 8.000, con 6.500 operatori formati. Inoltre tendenzialmente nel nostro Paese sono controllati maggiormente i veicoli nazionali rispetto a quelli esteri, al contrario di quanto accade sia in Germania che in Francia, creando una situazione di vantaggio a favore dei vettori stranieri che trovano il nostro territorio come una sorta di zona franca, a svantaggio delle aziende di trasporto italiane.
Servirebbe una sorta di “Polizia dell’Autotrasporto”, non un corpo a se stante, ma figure altamente specializzate presenti in ogni organo di controllo. Abbiamo già diversi nuclei con personale molto competente, ma si tratta di espandere su tutto il territorio nazionale e formare in modo sistematico figure che conoscano di più l’autotrasporto e le sue problematiche, che conoscano la normativa e la sappiano applicare in modo intelligente (con la consapevolezza delle effettive difficoltà che comporta l’operatività su strada), che sanzionino chi non è in regola e non ostacolino chi invece rispetta la normativa.
 
Accrescere e diffondere nel Paese questa cultura della sicurezza, dalla formazione ai controlli, passando per la responsabilità della filiera, è forse il maggior beneficio che si può garantire ad un settore vitale come l’autotrasporto.


 
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